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INTERVISTA a PIETRO CONDORELLI
di Carmine Leone

  D: Nel jazz i DVD contengono, al più, semplici registrazioni di concerti; per quali motivi tu invece hai sentito la necessità di questo tipo di supporto? In altre parole, perché hai sentito il bisogno di testi ed immagini oltre la musica, da dove nasce quest'esigenza?
  R: Prima di rispondere vorrei tornare un po' indietro nel tempo. Mi ritengo una persona fortunata ad aver incontrato sul mio cammino la musica; ho infatti un carattere molto radicale che avrebbe potuto portarmi ai margini della società o compiere atti inconsulti. La musica mi ha quindi salvato e fa parte della mia esistenza, per cui la coniugo con altre mie passioni, ad esempio la letteratura - mi sono laureato in DAMS al Bologna - ed ho sempre avuto la passione per il cinema. Quindi, per risponderti, tutto ciò che è stato fatto nel DVD, musica, testi ed immagini, nasce da questi aspetti della mia personalità
Ho poi fatto realmente la vita del musicista: aerei, treni, viaggi in autostrada, riposo poco e male, così come il mangiare. Sono circa venti anni che non faccio più questa attività, che pure mi ha dato grandi soddisfazioni (anche se meno da un punto di vista economico...), ma oggi lavoro con più tranquillità, in modo più congeniale ai miei ritmi.
Questo lavoro nasce quindi anche dall'appagamento che ciò mi ha procurato.

  D: Mi sembra che questo sia stato anche citato nel dialogo fra i due scacchisti; la partita a scacchi vuole raccontare forse qualcosa di te, aldilà del fatto che sei un abile giocatore?
  R: Come l'antico racconto popolare del folle che vede il mondo come un'immensa partita a scacchi, anch'io penso che questa sia una possibile metafora della vita; in realtà essa è stata utilizzata per esprimere altri concetti. Anche se questi ultimi possono sembrare un po' retorici, essi non sono mutuati da letture ma sono il mio reale modo di vedere le cose; nulla di nuovo, quindi, ma che mi piace comunicare agli altri.
Volendolo fare nel modo migliore, ho utilizzato una line-up diversa dal solito, con una voce principale che canta e recita, assieme ad altre voci recitanti, ed una strumentazione oggettivamente differente dal solito perchè volevo un suono diverso dalle consuete sonorità jazz. Non c'è il pianoforte, non ci sono ance od ottoni, ma c'è un flauto. Si è sempre detto che il flauto e la chitarra insieme hanno un suono un po' stucchevole; in questo lavoro invece c'è un lavoro di scrittura specifico per far risaltare al meglio le loro qualità.

 D: Si coglie un lavoro fatto con due strumenti, la chitarra ed il flauto, dal volume sonoro non elevato, cui talvolta si unisce la voce, i quali lavorano come una brass section, un po' come Mingus faceva evocando con solo un sax ed una tromba il suono ellingtoniano.
 R: Sì, talvolta due di questi tre 'strumenti', a rotazione, fanno da sezione come background al terzo. In origine c'è comunque il desiderio da parte mia, considerando la mia esperienza di educatore ed insegnante, di comunicare alcune cose soprattutto ai giovani, ai quali tramite i mezzi di comunicazione di massa passano alcuni messaggi e non altri. Ad esempio, viene passata l'idea che anche se non hai un particolare talento ma hai un'immagine con certo appeal puoi avere fortuna ed essere apprezzato dagli altri. Io ritengo invece che occorra ben altro, cioè il saper fare qualcosa, possibilmente al di sopra della media,  per raggiungere un successo duraturo o almeno avere una forma di sopravvivenza.
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 D: … in effetti si parla di televisione, in questo tuo lavoro, ma volevo chiederti: quello che vediamo è l'adattamento di uno spettacolo live o viceversa? Inoltre, mi sembra di capire che voi recitiate anche, quindi usate molto la parola, il che è l'esatto contrario di ciò che avviene normalmente durante un concerto jazz, nel quale il leader a malapena presenta gli altri componenti e spesso non dice neanche i titoli dei brani che va ad eseguire. In sintesi, cosa accade in questo spettacolo in una performance dal vivo?  
 R: Credo che la frequente 'autoreferenzialità di alcuni jazzmen non renda un buon servizio a questa musica. Nel pubblico ci sono anche persone che non sono ascoltatori abituali di questo genere musicale,  che se fossero maggiormente coinvolte da una più efficiente  comunicazione potrebbero diventarlo. C'è poi il problema dell'attenzione che, almeno agli inizi, deve necessariamente essere posta per potersela godere. Il jazz sembra spesso  andare in direzione opposta, alcuni musicisti talvolta  sembrano solo godere della soddisfazione del proprio ego senza curarsi troppo di chi ascolta, ed io certamente  non posso scagliare la prima pietra. Negli ultimi 25 anni i media hanno fatto in modo da spegnere l'interesse nella cultura in genere, invece c'è bisogno di un ricambio generazionale, c'è la necessità di operare in modo che questa musica possa continuare a vivere ed a rinnovarsi. Avere un atteggiamento egocentrico od autoreferenziale, di certo non giova. Per tali motivi noi dal palco cerchiamo di comunicare una serie di idee (da cui il titolo Jazz, Ideas & Songs), veicolate dai testi recitati o cantati nelle canzoni. Queste ultime sono brani d’autore o miei brani nei quali sono stati inseriti testi scritti da Simona, la cantante, in base a suggestioni e idee  da me fornite. Il tutto assume quindi una forma compatta, omogenea, coerente, ed anche questo è ben diverso da ciò che abitualmente si ascolta nei concerti. Sono molto contento della risposta che otteniamo, soprattutto dal pubblico non abituato di cui sopra, perchè effettivamente riscontriamo il loro coinvolgimento. In sintesi, da una parte cerco di fare avvicinare di più la gente alla musica d’improvvisazione, dall'altra cerco di comunicare la mia filosofia di vita e le mie riflessioni. Ci sono aspetti quasi comici, come quello riguardante il mitico personaggio del cinema Colin McKenzie, che mi ha spinto tempo fa addirittura a comporre un brano a lui dedicato in un mio disco per la Red Record, 'Quasimodo' con Fabrizio Bosso. Questo personaggio è immaginario, ma io non lo sapevo!

  D: Mi sembra di capire quindi che quest'opera sia trasversale, e pertanto proponibile anche non in ambienti strettamente jazzistici, se questo è quello che proponete anche dal vivo.
  R: Dopo aver partecipato ad un'infinità di concerti e festival, mi sento di poter dire che la collocazione di questo spettacolo sia la rassegna culturale in genere; 'Jazz Ideas e Songs' non può essere connotata solo come un'opera jazzistica.


  D: Parliamo ora dei contenuti; l'articolazione del video è una serie di corti, ognuno dei quali è calato in una certa atmosfera, od epoche durante le quali si è assistito ad una fioritura di forme espressive non solamente musicali. Vorrei che tu mettessi a fuoco  meglio quest'aspetto.
  R: In parte c'è quest'idea: a volte bastano pochi simboli per connotare un'epoca, dall'abbigliamento all'acconciatura dei capelli, il tutto ambientato in una visione onirica.
E' il caso di 'Lost Generation' la suite di apertura, calato in una temperie culturale che ben conosco essendo stata parte della mia adolescenza. Mi sono a tal proposito confrontato con altre persone per capire bene se si trattasse solo di una mia interpretazione nostalgica legata alla mia giovinezza oppure universalmente questo periodo fosse  sentito così. Ho appreso anche da altri che questo periodo è stato vissuto allo stesso modo, così come altri periodi eccezionali per lo sviluppo della musica.
Tutta questa temperie, non lo si può nascondere, dopo gli anni 80 è finita abbastanza male, parlo soprattutto della musica rock. Negli anni precedenti, invece, anche se magari i musicisti non erano particolarmente dotati, cercavano di produrre musica con la propria cifra, col proprio suono e pertanto erano riconoscibili. Ciò rendeva impossibile, ad es., che qualcuno copiasse cose di altri che magari avevano avuto successo, perchè era contrario all’intenzione principale: suonare la propria musica... sarebbe stato troppo evidente. Quello che è avvenuto in quegli anni è paragonabile a quanto è avvenuto nel dopoguerra, nel periodo bop di Charlie Parker. Quanto ascoltiamo ancora oggi ha un legame col bebop; lo stesso Ornette Coleman, un grande innovatore, era sicuramente influenzato da Parker, dallo swing e dal quel suono.

  D: Si coglie anche l'estrema varietà di situazioni e di ambientazioni: hai citato gli anni 70, il bebop, Lennie Tristano, l'immaginario Colin McKenzie, poi ci sono brani che a mio avviso stemperano la tensione fra queste cose più impegnative, ma che sono sempre riconoscibili nel tuo modo di suonare e comporre. Addirittura sei arrivato a suonare un rap alla tua maniera; quindi siamo al giorno d'oggi.
  R: Non volevo però attualizzare le cose che faccio, che vanno bene così come sono. A rifletterci bene anche quello è un risultato della tradizione, magari talvolta diventa un fatto commerciale oppure può diventare un sistema per comunicare cose, esattamente come abbiamo fatto noi. La musica afroamericana ha un filo rosso che passa attraverso queste tendenze.

  D: Quindi hai un occhio attento agli sviluppi delle tendenze musicali, un po' come fa Quincy Jones.
  R: Con le debite proporzioni, sì, perchè non puoi fare a meno di sentire dei suoni attuali e cercare di includerli nel tuo lavoro. Nulla esclude però che il prossimo lavoro mi porti a contaminazioni di musica contemporanea, di blues o di musica irlandese o cubana. Non escludo nulla di questo, ma non ho mai amato avere un solo colore musicale.

  D: Questo può pertanto rappresentare il primo tassello di un mosaico più ampio cui stai pensando?
  R: Decisamente sì, questa è l'idea base; spero di poter proseguire con la stessa logica per il futuro. Nel corso della mia carriera, da free lance ho suonato con diversi musicisti in vari progetti. Altri momenti ho lavorato in prima persona, come per i CD della Red Record o il Sonora Art Quartet. In questo progetto ho voluto mettere lo stesso spirito giovanile, anche se all'epoca ero convinto di poter cambiare il mondo attraverso la musica. Ho dovuto imparare invece che  se il mondo non lo puoi modificare , puoi tentare  di migliorare l'ambiente che ti circonda facendo buona musica e mostrando buoni esempi.

 D: Questa era convinzione molto diffusa, negli anni 70...
 R: … per cui non possiamo fare a meno di dirla. Questo progetto mi ha ridato lo stesso smalto, lo stesso entusiasmo dei tempi del Sonora Art Quartet, perchè sono convinto di stare dicendo qualcosa di nuovo rispetto a quanto ascolto in questo periodo.

 D: Infine, come, dove è stato materialmente realizzato questo lavoro, che mi risulta essere autoprodotto.
 R: Due parole sulla sua genesi: prima della registrazione inizialmente c'è stato un work in progress iniziato con alcuni concerti la cui musica  modificavo di volta in volta, costringendo i colleghi a suonare ogni volta cose nuove, magari distribuendo le partiture poche ore prima del concerto, per vedere se quella cosa funzionasse. Così di volta in volta tutto il progetto ha acquistato questa forma, ma dico da subito che non è detto che sarà proposto sempre così : ci sarà sempre qualcosa spostato, cancellato o inserito di fresco, poiché mi vengono continuamente nuove idee.
La registrazione è materialmente avvenuta in una struttura di Caserta fantastica, il Day Twenty  9 condotto dall'associazione culturale Feelix. Il posto è particolarmente favorevole dal punto di vista dell'acustica, essendo stato creato per fare musica live e le persone che lo animano sono straordinarie, perchè lo fanno con spirito quasi mecenatistico.  
Lo abbiamo realizzato con mezzi appena sufficienti ed abbiamo affidato la regia ad un giovane musicista che si occupa anche di produzione video. Abbiamo pagato un po' lo scotto del noviziato, ma il regista è stato bravo a montare il tutto anche se per lui era la prima volta che affrontava una dimensione così ampia. Ci siamo poi accollati lavori inusuali per noi, inventandoci coreografi, sceneggiatori, autori di testi, ma il risultato è abbastanza professionale.

 D: Quindi è realizzato in diretta, dal vivo, senza registrazioni in studio ..
 R: Sì, è realizzato tutto live, in presa diretta, del resto le improvvisazioni non si possono certo 'doppiare'. Anche per questo occorreva un vero musicista alla regia, che seguisse la logica degli eventi. E' tutto è realmente avvenuto come lo vediamo.
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